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Mer, 17/01/2007

Mercoledì all'Università

giornata per la riflessione ebraico-cristiana

Verus Israel?

Cattolici e riformati si interrogano su Chiesa e Israele

Altri autori

Erio Castellucci, Daniele Garrone

Erio Castellucci, Preside della Facoltà Teologica dell'Emilia-Romagna, nota che nel Nuovo Testamento è difficile trovare punti di appoggio per l'espressione "Verus Israel": Gesù pare pensare a una comunità degli ultimi tempi più che a una comunità ribelle. E in effetti i primi Cristiani erano ebrei osservanti. Ma già nel II secolo (San Giustino) appare la "teoria della sostituzione", poi ribadita in Tertulliano e in Leone Magno, secondo cui la Chiesa è il nuovo popolo di Dio che ha soppiantato il vecchio. Una posizione che rimane sostanzialmente inalterata fino al Concilio Vaticano II, dove si sostituisce "Vero" con "Nuovo" e si rimarca il vincolo con il popolo di Abramo, e poi fino a Giovanni Paolo II (Magonza, 1980) che parla di "alleanza mai revocata" e di "popolo di Dio dell'Antico e del Nuovo Testamento". Allo schema dell'eredità/sostituzione oggi dunque si preferisce lo schema dell'innesto (San Paolo) dei popoli pagani nella radice ebraica. Occorre però non annettersi Israele (dopo averlo rigettato per due millenni) e cioè occorre formulare un'idea di continuità rispettosa del modo che ha Israele di considerare se stesso. Pista interessante è la prospettiva escatologica: fini analoghi, consapevolezza di essere un popolo pellegrinante, in attesa di pienezza, fanno di Chiesa e Israele due co-attori del dramma. L'ipotesi ecclesiologica vede infatti il popolo di Dio come un'ellisse con due fuochi: il primo è la radice del secondo, il secondo universalizza la Legge. La divisione - nel piano della Provvidenza - potrebbe essere utile sia per l'una che per l'altra parte.
Daniele Garrone, Decano della Facoltà Teologica Valdese a Roma, rileva che la dialettica noi/loro (interrotta solo dalla tragedia della Shoah, che ha dato avvio a una revisione critica) faceva perdere il "paradosso" di Cristo (e di Paolo): quelli che erano fuori vengono collegati alla salvezza mediante Israele. Paolo aveva previsto l'antigiudaismo e ammonito "non inorgoglitevi" (la Chiesa non è un popolo, bensì il luogo in cui Israele e le Genti s'incontrano). Il secondo dopoguerra traccia un sofferto confine e le reazioni del protestantesimo tedesco ne sono esemplare testimonianza. Nel 1945 gli amici di Bonhoeffer anticipano le gerarchie e fanno una "confessione di peccato", in cui si parla di corresponsabilità, di solidarietà nella colpa. Nel 1948 vengono nominati ufficialmente gli "ebrei" e la tragedia (ma si ribadisce una distinzione, una distanza). Nel 1950 il Primo Sinodo della Chiesa Evangelica produce finalmente una dichiarazione di co-colpevolezza (per silenzio e omissioni) e respinge l'equazione sconfitta/distruzione della Germania=compensazione/espiazione della Shoah. Nel 1961 si ha la prima ammissione ufficiale di "antigiudaismo cristiano". Nel 1980, infine, si moltiplicano le dichiarazioni sinodali che stigmatizzano il sostituzionismo e positivizzano il rapporto Chiesa-Israele. Oggi quindi il problema non si pone più nei termini passati (né Chiesa né Israele, d'altronde, sono già il Regno di Dio), ma trasversalmente, tra chi - in un campo e nell'altro (e in altri ancora) - concepisce l'identità come contrapposizione e chi invece la concepisce altrimenti. Questa è la vera frattura, per superare la quale occorre testimoniare e pregare.

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