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  • Anno Sociale 2004 - 2005
Mer, 27/04/2005

Mercoledì all'Università

TV - Siamo tutti sua immagine e somiglianza

Altri autori

Alessandro Bergonzoni, Eleonora Rizza, Giorgio Tonelli

Luogo dell'evento

Aula Barilla, piazza Scaravilli, Bologna

Negli anni '50 - ricorda Giorgio Tonelli, giornalista RAI e moderatore della serata - il televisore stava nel punto più alto della casa, oggi si trova spesso molto in basso (magari uno in ogni stanza ma in basso, addirittura sul pavimento)... E mentre la realtà si dà sempre più come se fosse dentro la televisione (Guy Debord), aumenta l'incertezza: difendersi e rifiutare o discernere il buono dal non-buono? Forse il problema è che la vita non assomiglia all'arte, ma alla cattiva televisione (Woody Allen).
Eleonora Rizza, che insegna Comunicazione televisiva e Sociologia dei Media a Bologna, rammenta che la tv è soggetto complesso: centro di smistamento di simboli, luogo di aggregazione, focolare domestico, configuratore di modelli espressivi e relazionali. La lunga stagione critica (progressista e anche cattolica) si è concentrata sui contenuti, mentre è sempre più evidente che la tv trasforma la cultura attraverso la proposizione di modelli auspicabili, attraverso la reificazione esclusiva di ciò che da essa trae certificazione, con tutte le derive che la cosa comporta (l'arena televisiva sostituisce il Parlamento, spirale del silenzio per chi non appare in tv etc.). Come reagire? La pura defezione è poco significativa e poco efficace, poiché la tv c'è comunque (come l'aria), è un mezzo insostituibile nella società contemporanea, va anche oltre l'idea di libero mercato come unico principio regolatore, è equiparabile a un bene pubblico. Più sensato è lo "sciopero" dello spettatore (pubblicizzato, formalizzato), ma sarà presumibilmente lo strumento della scelta (come per un libro o un giornale) il vero equilibratore della futura televisione.
Alessandro Bergonzoni, attore e scrittore, sostiene che la tv va guardata ma non accesa. Perché? Perché elide la fantasia, la espunge. E nello stesso tempo ha un potere subliminale incalcolabile (qualcuno gli dice ancora "ti ho visto l'altra sera da Costanzo" mentre lui non appare in tv da anni). Non basta non farla, bisogna sminuirla. Bisogna istituire dei movi-mente per smontare il meccanismo televisivo, mettere sotto pressione, minacciare, far preoccupare i responsabili (produttori e operatori televisivi), aspettarli in strada. Ma anche artisti e affini dovrebbero smetterla di bramare la tv. Sì dunque a Paolo Conte, allo "snobismo" culturale. No all'ironia dei conduttori, all'autoreferenzialità che alimenta la videodipendenza. Cambiare la tv dall'interno? Ma un gabinetto rimane tale anche se perfettamente igienizzato. Siamo noi i primi complici, noi spettatori e anche noi sedicenti artisti autonomi. La tv riesce a fare cucina con il vuoto, però nessuna scatola potrà mai fare 8 milioni di ascolto con 100 spettatori che la guardano. Basta non accenderla. D'accordo è un mezzo, lo si può usare, ogni tanto si può prendere un taxi, ma appunto non tutte le volte che si vede un taxi lo si abbraccia. Manca completamente la dimensione del gioco: la tv è uno scherzo, non è né cultura né vita. Dodici anni di "Domenica in" non sono cultura, vanno semplicemente spazzati via, non analizzati. Li analizzeremo tra dieci anni, a bocce ferme. Oggi chi ha dodici anni conosce Gandhi per via di uno spot: è mai possibile? Forse bisogna reintrodurre la censura. E lo sport in tv, il calcio? Il futuro è l'abolizione del calcio, è l'unica strada. Ma intanto bisogna mobilitarsi: ben venga lo sciopero dei telespettatori, ancora meglio i movi-mente, forme comuni di antitelevisione. La tv compromette, inquina anche il cinema, la letteratura, le arti. Spegniamola.

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