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lectio brevis
in collaborazione con Profingest management school
Il business a lezione di retorica
Parole che vanno, parole che fanno
lunedì 8 maggio
Nell'universo delle verità dimezzate (La retorica giudiziaria)
Paolo Garuti OP, Alberto Oliverio
lunedì 15 maggio
La fama e le voci, la lode e il biasimo (La retorica epidittica)
Giuseppe Barzaghi OP, Walter Dondi, Renato Vichi
lunedì 22 maggio
Se la parola fa il futuro (La retorica politica)
Ivano Dionigi, Giorgio Ciani
La retorica è un virus buono, deve inoculare una «dolce malattia dell'animo». Nasce nel V° secolo a.C. per far fronte al più arduo dei compiti: far sembrare verosimile il vero. Soprattutto quando non è sostenuto dalle ragioni della forza, o quando è sgradevole. I tiranni erano stati abbattuti, nelle terre di Sicilia, ma restavano tanti torti da risarcire, tante storie da riannodare: Corace (il "Corvo") e Tisia si resero responsabili, per i futuri manuali a perpetua memoria, dell'invenzione di un'arte sottile e democratica. Un uomo si metteva al soldo di altri per scriverne i discorsi, quando tutto si risolveva in tribunale, con pochi documenti e senza strumentazioni raffinate, sulla parola delle parti e dei testimoni. Non importava il torto o la ragione, poiché la verità sarebbe emersa dalla lotta delle parti, importava convincere, indurre col suono della voce e una credibilità di pelle la «dolce malattia dell'animo». I retori antichi si divertivano a scrivere discorsi per sostenere l'insostenibile e il suo contrario, per elogiare il vizio o la virtù, per far comprendere che il discorso ha una vita sua, che non si ascolta ciò che è vero ma, quando si è onesti, quel che piace: se no, quel che si crede ci convenga far credere di credere. Nata come strumento giudiziario, ma ben presto uscita dai tribunali dell'antica Sicilia per approdare alle assemblee della polis, suscitando lo scandalo di filosofi e detentori di verità di largo consumo, la retorica diviene arte politica. Atto politico autonomo, spesso, quando non accompagna, per farlo approvare, l'agire del capo, ma lo sostituisce, creando l'alone del potere. O quando ammalia i cittadini alle vertigini della barricata, al futuribile più detto che razionalmente pensato. Nell'universo delle parole sovrane, la retorica non è arte separata dall'artefice, dal suo ethos, da quel che è o riesce a sembrare. Alle prime battute hai già giocato molte delle tue carte, hai già creato o compromesso la comunione con l'uditorio. Poi, non ti resta che sembrare verace e logico, capace di porre i dati di fatto e di ragionarci sopra in modo condivisibile. Infine, una battuta che resti impressa: esordio, narrazione, argomentazione, epilogo, quattro atti d'un dramma da cui chi ascolta non deve poter scappare. Ai giorni del trionfo e delle opinioni condivise gli antichi riservavano la retorica d'apparato (epidittica, la chiamava Aristotele): il sermone, l'encomio, il discorso di circostanza che celebra la voglia di far festa o di piangere un lutto. In tribunale, nell'arengo o dal pulpito, con diverse modulazioni ed intensità, il flauto ammaliatore delle figure, delle metafore e delle assonanze rare, deve condurre, sedurre, trascinare gli spiriti senza farsi scoprire, giocando con la neghittosità e la diffidenza dell'altro l'eterna sfida del convincimento.
(Paolo Garuti OP)


