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I Martedì di San Domenico
tre episodi biblici sulla fede - 2
"Né a Gerusalemme né sui loro monti i veri adoratori adoreranno Dio." (Gv. 4,23-24)
Il secondo incontro del ciclo "tre episodi biblici sulla fede" propone una riflessione intorno al versetto "Né a Gerusalemme né sui loro monti i veri adoratori adoreranno Dio" (Gv. 4,23-24).
Padre Bernardo Boschi o.p., biblista, rileva che il temine "adorare" è una sorta di edulcorazione del corrispettivo greco, che deriva dalle lingue semitiche e con cui s'intende l'atto di "prostrarsi, prosternarsi", atto che spesso è stato oggetto di una vera e propria devianza ermeneutica: da sforzo morale contro il male a guerra di religione. Pertanto è molto utile inquadrare storicamente l'ammonimento di Gesù, partendo innanzitutto dal carattere del Vangelo di Giovanni, che, a differenza dei Vangeli sinottici, non segue uno schema geografico che ascenda a Gerusalemme, bensì ruota intorno a un centro che è il rivelarsi di Cristo, il Logos. L'episodio della Samaritana va inquadrato all'interno di un contrasto fortissimo tra due popoli (Giudei e Samaritani) e tra due luoghi di culto e di adorazione (il tempio di Gerusalemme e quello di Garizim) e nel contempo nell'ottica di una pratica sociale che riteneva impensabile e quasi sacrilego un colloquio tra un Rabbi e una donna. Il grande passaggio indicato da Gesù - non a caso a una donna, e per giunta Samaritana - è l'universalità della salvezza: non più esigenza di un luogo, di un dove, ma adorazione "in Spirito e in Verità". Noi quindi, cristiani di tutte le epoche, siamo testimoni e "adoratori" di questa verità: non dobbiamo convertire tutti ma portare a tutti questo lieto annuncio.
Padre Paul Gilbert s.i., Ordinario di Metafisica all'Università Gregoriana di Roma, parte dal nome di Giovanni (= Dio fa grazia (di vedere)) per riflettere sull'atto della contemplazione, che non è puro e intuitivo vedere, ma un guardare, ovvero un vedere con intensità, un fare un passo indietro mettendosi a distanza, un "essere in guardia". Gilbert cita Platone: per vedere bene le cose occorre la luce, partecipare alla luce del Sole. E il Sole è buono, dà la vita, fa crescere, fa essere: è più alto del Sapere, non è vero, è buono. L'origine è buona prima di essere vera, e perciò si può cercare la verità, perché è buona. Nella tradizione cristiana Dio sta nell'oscurità (nessuno l'ha visto). La Verità di Cristo ci invita a entrare nel silenzio, nell'oscurità di Dio: le vie dell'amore di Dio sono vie verso l'oscurità. "Ad-orare" può essere letto anche come "bacio, porgere la bocca verso", in cui l'intelligenza sparisce, si trasforma, e ci si perde in Dio. Giovanni ha visto nel disastro umano di Gesù lo splendere di Dio, la tenerezza di Dio per tutto ciò che ferisce il mondo. Giovanni ha visto che Gesù era il Re.
Maurizio Malaguti, che coordina la serata, fa notare un'apparente ovvietà: cos'è la prima cosa che vediamo, non appena apriamo gli occhi? Non è una "cosa", bensì la luce, senza la quale non vedremmo alcuna cosa. D'altronde non possiamo "vedere" la luce, però possiamo mettere l'occhio nella sua direzione, per renderci conto di essa.
Alcuni interventi dell'attento pubblico sollecitano i relatori a intrecciare e insieme districare i discorsi sull'"adorare" e sul "vedere". Boschi: prima che noi amiamo noi stessi, Dio ci ama; prima che noi vediamo noi stessi, Dio ci vede. Malaguti: lo sguardo di Dio è sempre dritto, ortogonale (Cusano). Gilbert: Dio non si vede a causa della Sua immensità (Anselmo). Boschi: sconfinata grandezza di Dio, che non si trova in un luogo preciso; adorarlo in un solo luogo è un "tentare" Dio, la cosa più proterva che possa fare l'uomo. Gilbert: il Tempio è dove il Signore sta, dove il Signore chiama; fissare un luogo dove Dio dovrebbe essere è peggio che non sapere dove trovare Dio.


