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Mercoledì all'Università
Miti e disincanto
Mondo giovanile e modelli culturali
Altri autori
Egeria Di Nallo, che insegna Teoria e tecniche delle comunicazioni di massa a Bologna, afferma subito che non esiste un "mondo giovanile", ovvero qualcosa di costruito e durevole, come al tempo in cui la società era statica. Oggi si può parlare di flussi, di fasce generazionali (paragonabili alle annate del vino), ogni due o tre anni c'è un ricambio, quel che non muta sono le matrici attraverso cui passano le grandi tendenze epocali (tecnologie, migrazioni, gruppi esponenziali etc.). La nostra società è andata oltre il principio di non-contraddizione (il mercato, per esempio, propone ormai costantemente un prodotto e il suo contrario) e non aiuta il giovane a trovare una misura verso cui tenderebbe istintivamente. Una grande responsabilità per i giovani, che devono essere in qualche modo padri di loro stessi, giacché la società nel suo insieme è avanzata troppo rapidamente rendendo inadeguati padri e maestri. Dunque un disincanto dagli incanti della precedente generazione. La comunicazione è passata da una struttura verticale (o "di massa") a una struttura orizzontale (o "di interazione", che ingloba anche i vecchi strumenti): è logico che non ci si ritrovi, che si stenti a riconoscere una pur minima continuità. Ma il cambiamento non è per forza negativo: anche la trasposizione di significati, di linfa reale che i ragazzi compiono ritualmente affidandosi a playstation, chat et similia (quasi una simulazione di simulazione), è una forma di espressione, di adattamento all'esistente che va accolto senza pregiudizi. A noi sembrano astrusità, e invece - se non buttano via il bambino insieme all'acqua sporca - probabilmente hanno ragione loro.
Matteo Belli, attore e autore teatrale, dal suo personale osservatorio rileva un forte e quasi impetuoso interesse dei ragazzi per i contenuti (vedi il successo del teatro di narrazione) che si accompagna però a una scarsa considerazione dei valori artigianali. La scomparsa dei "mestieri" ha a che fare con il mondo giovanile: evidentemente la rielaborazione artigianale di un sapere, l'apprendimento calibrato, progressivo di una tecnica è poco attraente, non ha richiamo sui giovani. La disciplina e il rigore li esercitano piuttosto in performance quali i cosiddetti giochi di ruolo. C'è quindi una consapevolezza che, per "giocare" (to play), occorrono strumenti tecnici, ma è come scollegata dalle pratiche tradizionali, dall'accettazione di forme e modi consolidati nel tempo. Infatti il mondo è pieno di artisti, ma non si trova più un pittore. E lo studente medio - a detta di molti docenti universitari - è molto più "ignorante" del suo collega di vent'anni fa. D'altronde non ha senso (e non è giusto) farsi prendere dallo sconcerto di fronte al nuovo, qualsiasi forma prenda: rimaniamo in ascolto, teniamo bene aperti occhi orecchie e cervello, senza naturalmente dimenticare ciò che ci piace e ci convince.


