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I Martedì di San Domenico
L'immagine si fa comunicazione
"È poi vero che siamo nella civiltà dell'immagine?". La domanda, volutamente provocatoria, ha concluso l'introduzione del moderatore Giorgio Tonelli, funzionando come un perfetto assist per l'intervento del semiologo prof. Paolo Fabbri. Questi ha preso le mosse dal rapporto tra arte e fotografia di denuncia, descrivendo l'installazione The Sound of Silence che nel 2006 l'artista cileno Alfredo Jaar ha dedicato al reporter sudafricano Kevin Carter e alla sua celeberrima foto di una piccola bambina sudanese moribonda davanti allo sguardo avido di un avvoltoio. La foto gli valse il premio Pulitzer 1994 ma, si ritiene, lo condusse anche al suicidio, a causa del rimorso per aver preferito fotografare la bambina anziché cercare di sottrarla al suo destino di morte. Tuttavia, dopo la scomparsa di Carter un testimone ha riferito che la situazione era meno drammatica di come noi l'abbiamo letta: che la bambina non era abbandonata e che quell'avvoltoio non è pericoloso per gli esseri umani. Ma se è il nostro sguardo che ha attribuito alla bambina e all'avvoltoio della fotografia determinati "ruoli", che rapporto c'è tra le immagini e la verità? "Ci sono parole - ha commentato Fabbri - che ancorano il senso delle immagini e immagini che fissano il senso delle parole". Ma il dato di fondo è che le immagini costruite non sono meno vere delle altre, perché un'immagine può essere "corretta" o "scorretta", ma non "vera" o "falsa": sono tutte "vere", anche quelle "false", perché sono fatte con intenzioni specifiche, di convincerci a qualcosa: "più vere di così...". Anche il presidente dell'UPA (Utenti pubblicità associati) e del MAMbo, Lorenzo Sassoli de Bianchi, si è valso dell'opera di un artista per rispondere alla nuova domanda di Tonelli: "cosa diventa l'immagine quando smette di fare comunicazione?". L'artista è Christian Boltanski, che ha proposto a un ricchissimo collezionista australiano desideroso di avere una sua "opera importante" di farsi riprendere 24 ore su 24, per otto anni, e di trasmettere le riprese in una sorta di caverna di proprietà del committente. Sembra una specie di Grande Fratello privato: non c'è alcun significato da trasmettere, c'è solo un significante da proteggere. Ma non è forse così, oggi, tanta parte della programmazione televisiva, si è chiesto Sassoli de Bianchi? E ha stigmatizzato i programmi tv di maggior successo, lamentandone la perdita dell'oggetto, il loro sganciarsi sempre più dai contenuti: come il Porta a porta che dedica al delitto di Cogne 33 puntate, o Striscia la notizia il cui simbolo sono le "veline"? "E nella pubblicità, come funziona il rapporto tra immagine e comunicazione?", lo ha incalzato Tonelli. "Il suo vizio capitale è l'ingannevolezza", ha risposto Sassoli de Bianchi, il ricorso alle "mezze verità", l'abuso degli asterischi per nascondere informazioni fondamentali, la strumentalizzazione delle debolezze umane. Eppure è la pubblicità che, pur con i suoi difetti, consente alla famiglia media che va al supermercato di scegliere, tra i 15.000 prodotti in vendita, quei 150 che corrispondono al suo fabbisogno; ed "è la pubblicità - ha concluso - che sostiene il sistema dei media". Cioè il sistema della comunicazione.
Guido Mocellin


