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  • Anno Sociale 2003 - 2004
Mar, 13/01/2004

I Martedì di San Domenico

Le passioni oggi - 3

 

La violenza dell'indifferenza

Tra apatia ed eccesso di pathos

Mascherate? eclissate? trasformate? Dove (e come) sono finite le passioni oggi? Diana Mancini introduce il terzo incontro sull'argomento, rinnovando la domanda.
Elena Pulcini, docente di Filosofia Sociale a Firenze, ricorda che le passioni hanno da sempre costituito un problema (fattore di disturbo, caos, eccesso), ma che in epoca pre-moderna le strategie fornite da codici pre-esistenti (la legge divina, la legge della polis, le Idee) rendevano più "facile" elaborare soluzioni al problema. Con l'avvento della modernità (intorno al Seicento) e la conseguente scoperta dell'individuo libero e autonomo (l'"individuo sovrano"), la passione peculiare diventa l'amore di sé (in due versioni - acquisitiva e autoaffermativa - entrambe portatrici di conflitto), mentre le soluzioni che si prospettano sono di tipo etico e politico. In una prima fase il conflitto - seppur problematico - è produttivo, perché genera anche un riconoscimento e un contenimento. In una seconda fase (il post-moderno) si ha invece una torsione entropica dell'amore di sé che perde la tensione emotiva con l'altro e "tradisce" (con l'introversione, per esempio) il proprio stesso interesse, che diventa desiderio senza oggetto, passione grigia (Bodei) se non addirittura risentimento (Nietzsche). C'è quindi un passaggio da Prometeo (egoismo, conflitto, relazione) a Narciso (individualismo, indifferenza, solitudine), dove gli stessi diritti individuali per eccellenza (libertà e uguaglianza) rischiano di deragliare per illimitatezza, dove l'altro diventa l'alieno che deve essere tenuto fuori. Per riattivare le passioni atrofizzate occorre una nuova prospettiva etica, basata sul concetto di "responsabilità", che valorizza l'individualità e insieme l'apertura all'alterità.
Everardo Minardi, docente di Sociologia a Teramo, rileva l'ormai diffusa convinzione che l'epoca della grande razionalizzazione stia concludendosi. Ne consegue che i simulacri della razionalizzazione sociale (la fabbrica, la città, il welfare) permangono, sì, ma svuotati o modificati nel loro contenuto. Forse è opportuno allora cercare di cogliere alcuni segni di quest'epoca di transizione: 1. il tempo, non più libero ma liberato (dobbiamo far fronte a una pluralità di tempi, sempre più mescolati); 2. il gioco e la scommessa, gestiti e addirittura promossi dallo Stato (un modo distorto di recuperare una fondamentale dimensione sociale); 3. i consumi, determinati sempre meno dai bisogni e sempre più dai desideri (una sorta di competizione sociale che si svolge non più nella piazza ma nei non-luoghi commerciali e virtuali); 4. la spettacolarizzazione di esperienze e attività (sviluppate secondo una messinscena che però le appiattisce sul presente); 5. le prestazioni del corpo (salute e bellezza), con un aumento esponenziale di palestre e centri per il benessere; 6. il calcio, sede privilegiata della produzione di emozioni (compresi i fallimenti delle società). Nonostante tutto questo, noi continuiamo a esprimere un'incredibile "voglia di comunità" (Bauman). Ma è una voglia nostalgica ("nostalgia" è un altro termine-chiave dell'epoca attuale), è uno dei tanti desideri, che esprimono una mancanza, un vuoto, e non un eccesso di pieno (come già notava Pulcini). La responsabilità è anche affrontare l'ambivalenza, la logica di una società che non è più unidirezionale, e partire dall'autorealizzazione personale per tornare alla comunità.

 

Partecipanti: 

Minardi Everardo
Mancini Diana
Pulcini Elena

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