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Mar, 22/01/2008

I Martedì di San Domenico

Gli spazi si raccontano - III

 

La metafora del viaggio

Massimo Cacciari è tornato in San Domenico - la decima volta, dicono gli archivi, in poco meno di vent'anni - e chi non è arrivato per tempo, o non ha prenotato, è stato costretto a stare in piedi: significa che il suo viaggio nel viaggio del pensiero, terza tappa del ciclo "Gli spazi si raccontano", ha attratto più di 400 persone. Subito dopo l'introduzione della collega e amica Diana Mancini, il filosofo veneziano ha posto un'osservazione di tipo fenomenologico: il viaggio si configura sempre come nostalgia, come dolore e inquietudine per un ritorno a qualcosa che ci chiama, anche se non l'abbiamo già conosciuto, e dunque ci precede, era già prima. In questa chiave ha collocato le diverse figure di viaggiatori di cui ha costellato la sua conversazione: tra le tante, ne richiamo tre. Per primo, l'Ulisse di Omero: il suo viaggiare è stato paragonato all'esperienza filosofica, appunto per il posto fondamentale che le esperienze - le meravigliose novità, le inaudite avventure che egli incontra navigando - occupano rispetto alla meta, a Itaca cui pure anela. Quando ha compiuto questa prima navigazione, essenziale, fondativa, la filosofia ne comincia una seconda, che è verso la causa, l'origine, il comune di ogni esperienza, il principio, il logos. Ma questo cammino non si rivelerà mai esaustivo: il filosofo infatti, nel suo tendere alla sofia, si rivolge a ciò che non è, la non-casa, il luogo dove non riuscirà mai a dimorare, l'oltre troppo profondo per avere strade. Gli sta di fronte il Marco Polo-Ulisse di Dante. Egli, che non vuole tornare, e la cui nostalgia è dolore dell'andare, si fa guida ma senza un fine, la sua è la pura esperienza del viaggio per il viaggio, e in ciò si dissipa in un semplice dis-corso che mai si farà logos. E simile a questi è il Faust di Goethe, che ripercorre la dimensione della curiositas insaziabile, dell'agire come negazione radicale dell'elemento contemplativo. Il suo viaggio è figura della decreatio, del dissolvimento nichilistico: divorare esperienze per cancellarle. Ma questa figura evoca per contraddizione il pellegrino: figura più pura della nostalgia come dolore per il ritorno. Il pellegrino non fa a meno delle esperienze, e tuttavia viaggia per un fine che c'è: città, basilica, reliquie... un itinerario all'Essere, a ciò che propriamente è e può dire "io sono". Ed è il pellegrino musulmano, ancor più di quello cristiano, colui che meglio interpreta questo viaggiare: per l'islam, infatti, il pellegrinaggio alla Mecca è, notoriamente, uno dei cinque pilastri della fede. Infine, muovendo dal pellegrino si incontra un ulteriore opposto, Casanova . Questi è colui che vuole uscire fuori dal legame (religio) rappresentato dai propri affari, con la loro concatenazione di causa-effetto, e dunque vuole dis-trarsi. Intraprende perciò un viaggio di avventura, che gli consente di concepire la vita stessa come un succedersi di isole, e di vivere astoricamente, nel presente. Ma in ciò - come nei nostri viaggi di vacanza, che ne sono la deriva - non vi è più nostalgia: non vi è più filosofia.
Guido Mocellin

 

Partecipanti: 

Cacciari Massimo
Mancini Diana

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