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Mar, 26/10/2010

I Martedì di San Domenico

La luce di Caravaggio,fra Italia ed Europa

nel 400° anniversario della morte

 

 

È gremito il Salone Bolognini questa sera, ad ascoltare e a vedere Michelangelo Merisi da Caravaggio (nel 2010 si sta celebrando il quarto centenario della morte) nelle parole e nelle immagini dello storico dell'arte Eugenio Riccomini. Il quale comincia la sua lezione con una domanda retorica: non sarà che questa mania caravaggesca (40 mostre negli ultimi cinque anni, e libri, e film, e rappresentazioni teatrali?) deriva, più che dall'altezza pittorica, dalla sua vita sregolata, di nobilastro col cappello piumato, il ferraiolo e la spada al fianco, spesso estratta per sbudellare qualcuno per futili motivi? Sarà stato per la sua arte o per la sua biografia che lo stato italiano pose la sue effige sulla banconota di taglio maggiore, quella da centomila lire? No, la verità è che Caravaggio fu effettivamente grande perché fu nuovo, ardito, insolito, uno che ha cambiato le carte in tavola, perché aveva della pittura un'idea diversa da quella considerata vincente, quella cioè che andava di moda nella Roma della fine del Cinquecento: fatta di bravura, destrezza, eleganza, mano sicura, una grande accademia, ma senza verità, senza vita, senza nulla che tocchi la sfera comune a noi e ai pittori. Qual è allora la novità? Lo scandaloso irrompere nella pittura della verità, della vita e della morte, delle cose dipinte così come appaiono: il sangue e lo scempio dei corpi che per i boia era lavoro quotidiano, la bellezza delle carni giovani, dei volti, degli sguardi uguali a quelli dei ragazzi di strada, come in Giuditta e Oloferne, o in Amor vincit omnia. Uno scandalo che dura a lungo e segna profondamente la pittura europea. Caravaggio ama la vita, la gioventù, quella de Il suonatore di liuto o del Bacco, "un bel ragazzo con tutti i muscoli a posto, lo sguardo perso di chi ha bevuto troppo?", e accanto bellissime nature morte: egli non era pittore di fiori, era pittore di figura, ma quando doveva metterci una natura morta ne usciva un capolavoro. Caravaggio gira per Roma e dipinge quello che vede: ad esempio I bari, o una zingara che legge la mano e predice la Buona ventura. Anche i soggetti sacri vengono dipinti con questo sguardo di strada, di taverna: l'Incoronazione di spine, l'Incredulità di San Tommaso, la Cena in Emmaus. Caravaggio è ormai ammirato e imitato, e quando sarà fuggito per la condanna a morte che gli pende sul capo, Roma senza Caravaggio diventerà caravaggesca. E in effetti la suggestione di Caravaggio, conclude Riccomini, durerà per secoli: luce su luce, figure affondate / affogate nel buio, violenza dei contrasti di luce e ombra? dal giovane VelA'zquez, che vede sicuramente i quadri di Caravaggio, nel frattempo finito a Napoli, ai francesi come George de la Tour, agli olandesi come Jan Veermer, come anche Rembrandt, pur senza probabilmente aver mai visto un Caravaggio, fino ad arrivare agli Impressionisti. Perché i pittori, chiosa Riccomini, hanno gli occhi fatti come i nostri, vedono quello che vediamo noi, e dunque l'arte è ciò che somiglia alla vita?
Guido Mocellin

 

Partecipanti: 

Riccomini Eugenio

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