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  • Anno Sociale 2006 - 2007
Mar, 20/03/2007

seminario

in collaborazione con Provincia di Bologna

Strutture in conflitto e architetture di pace - 1

 

Immaginare un futuro multietnico per le nostre città

Giandomenico Amendola, che insegna Sociologia urbana a Firenze, rammenta che fin dall'origine la città si forma come patto fra diversi: le tribù nomadi che si uniscono e costruiscono la Torre di Babele s'intendono pur parlando lingue diverse (finché Dio non le confonde per punire l'"ybris" architettonica); la "civitas augescens" di epoca imperiale romana implica la capacità di accogliere "hospes, peregrinos et victos" (Pomponio). Oggi la città è multietnica ma la proliferazione numerica (in un solo anno si muovono circa 250 milioni di immigrati nel mondo) propone una serie di problemi, tra cui il passaggio dal "crogiuolo" (integrazione) all'"insalatiera" (insieme ma distinti). Oggi il principio ottocentesco di occultamento e distanziamento della diversità e povertà non vige più, siamo tutti evidentemente ibridati, però si parla spesso di multiculturalismo quando invece il modello tende a essere un monoculturalismo al plurale (Amartya Sen). In verità le amministrazioni locali non hanno strumenti per impostare una politica, si limitano ad accettare quel che avviene, secondo una sorta di darwinismo sociale. Tra l'altro, la scelta tra polarizzazione o dispersione degli immigrati non è un "a priori", non c'è un modello ideale e unico da perseguire. Quel che conta è considerare realisticamente l'immigrato una risorsa, e magari, quando si progettano parti nuove di una città, affidarsi a progettisti di cultura affine a quella dei nuovi cittadini.
Nicola Solimano, ricercatore della Fondazione Michelucci a Fiesole, ricorda che in Italia l'immigrazione è affrontata come una questione sociale (immigrati=nuovi poveri), che non riguarda i piani urbanistici etc. e dunque non contempla un progetto. Conseguenza: forte esposizione degli immigrati al disagio abitativo. A eccezione di Prato, comunque, non si riscontra concentrazione territoriale ma un inserimento urbano interstiziale, certamente non sostenuto dalla scarsissima quota di edilizia pubblica (Italia 4 per cento contro Francia 18 per cento e Gran Bretagna 25 per cento). Il che non diminuisce una percezione pregiudiziale di zone off, di invasione dello spazio pubblico, percezione paradossale perché sono innazitutto i cittadini di lungo corso ad essersi ritratti, e anzi si registrano diversi esempi di immigrati che hanno "bonificato" parti abbandonate di spazio pubblico. Urbanistica e architettura, d'altronde, non possono rappresentare in maniera formale tutte le culture che si trovano a convivere nelle città moderne: molto meglio puntare su un modello abitativo flessibile, poiché l'integrazione è (ed è sempre stata) la norma e non l'eccezione.
Giacomo Gallarati, co-direttore di Pensieri di Architettura a Genova, fornisce una sintetica panoramica su alcune situazioni urbane periferiche (soprattutto Roma e Genova) e sui modi in cui alcune associazioni intervengono (sia attraverso osservatori/laboratori sia attraverso iniziative realizzate in loco) per modificare l'abitudine a vedere e a vivere le periferie come purgatori, luoghi di emarginazione, fabbriche di precarietà se non anche di criminalità.

 

Partecipanti: 

Amendola Giandomenico
Gallarati Giacomo
Solimano Nicola

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