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I Martedì di San Domenico
conferenza/spettacolo
Il mal di vivere
la depressione: visioni e interpretazioni
Titolo e sottotitolo (la depressione: visioni e interpretazioni) potrebbero anche scoraggiare, ma i protagonisti lo psichiatra Giovanni De Plato e l'attore Maurizio Cardillo sono di parola: hanno promesso una conferenza-spettacolo, e in effetti il divertimento non manca, così che per novanta minuti si parla di depressione ma nessuno dei tanti presenti in sala se ne va depresso L'attore, alternativamente, declama splendidi brani della letteratura classica e contemporanea (chi non ricorda Il male oscuro di Giuseppe Berto?) in tema di mal di vivere e dialoga con il dottore, descrivendo sintomi e inquietudini (ho un umido, tedioso novembre nell'anima) e indagando in generale sulla malattia. Lo psichiatra risponde con linguaggio semplice e chiaro, che non lascia dubbi ma nemmeno solleva allarmi. La regia accompagna il tutto con suoni e luci adeguati al succedersi delle scene. E il pubblico si porta a casa utili nozioni e preziosi consigli. Prima qualcosa sul posto del disturbo mentale nella storia della medicina, da Ippocrate alla Levi Montalcini. Poi l'idea che depressione è una parola grossa, bisogna andarci piano a pronunciarla, spesso più che di disturbo depressivo si dovrebbe parlare di episodi depressivi, di per sé normali e necessari, mentre è la persistenza che deve suggerire di andare dallo specialista; ma in quel caso bisogna andarci il prima possibile, perché, come per le altre malattie, prima ci si cura, meglio è, anche se spesso il medico di base fatica a fare la diagnosi. Poi, ancora, i sintomi. Ci si sente stanchi; si perde ogni piacere; si altera il ritmo sonno-veglia. Si avvertono sensi di colpa (mi sento responsabile di tutto quello che succede); si perde la stima in se stessi; si piange per un nonnulla; ci si trascura. Ci si ripiega su se stessi, con sintomi ossessivi. Si percepisce un senso di inutilità, si moltiplicano le somatizzazioni. Il paziente ha staccato la spina: è ora che il medico intervenga con autorità, anche con un ricovero. Infine la terapia. La cosa più difficile rimane valutare la resistenza che il paziente ha a farsi curare: egli infatti è stato così male da aver elaborato la sua sofferenza nei termini di un equilibrio, che il medico gli chiederà di smontare. Bisogna dunque convincerlo che di disturbo mentale si può guarire. Il paziente che vuole tornare a vedere il mondo a colori può essere preso in cura con molti strumenti, fra i quali vi sono gli psicofarmaci, e molte volte bisogna partire proprio da lì. Ma in Italia oggi se ne abusa, e danno dipendenza e assuefazione: sono molto delicati da usare, spiega De Plato mostrando i dati. Il trattamento farmacologico dovrebbe arrivare solo quando la cura con le parole (psicoterapia) non ha dato risultati. Ma se avessimo curato Leopardi è l'ultima domanda di Cardillo avrebbe scritto A Silvia?
Guido Mocellin


