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I Martedì di San Domenico
"L'uomo al punto" - 1
Il concetto di morte espresso dagli antichi
La morte dell'eroe
Il primo incontro del ciclo "L'uomo al punto" prende in esame alcuni esempi di percezione della morte presso gli antichi, con particolare attenzione alla morte dell'eroe.
Carlo Zaccagnini, docente di Storia del Vicino Oriente Antico a Napoli, testimonia che nella cultura sumerico/accadica (Mesopotamia, III-I millennio a.C.) la morte fisica veniva intesa come dissoluzione corporea dell'individuo, che però, attraverso lamentazioni e rituali, riceveva un lento commiato da parte dei vivi ed entrava nella sfera ipoterrena, trasformandosi in "antenato". Non si avverte un'angoscia per la morte, ma il mondo dell'aldilà è comunque sentito come un luogo di oscura e opprimente tristezza, una "casa buia, dove il salario è polvere e il cibo è fango". La residenza post mortem è totalmente livellatrice. L'eroe Gilgamesh, che ha vegliato per giorni il cadavere dell'amico finché non vi ha visto spuntare un verme dalla narice, incontra sulla spiaggia una birraia, che indovina in lui il turbamento e così gli si rivolge "Gilgamesh, dove ti stai aggirando? La vita che tu cerchi non la troverai mai. Quando gli dei crearono gli uomini, riservarono per sé l'eternità. Mangia, bevi, ama, finché puoi. Questo è il tuo destino". Un invito analogo, 1500 anni dopo, si trova nell'Ecclesiaste.
Giovanni Brizzi, docente di Storia Romana a Bologna, parte dall'espressione "bella morte" (risalente al VII secolo a.C.) per indagare l'idea di morte nel mondo greco-romano. "Bella morte" è la fine eroica del cittadino in armi in difesa della patria, con notevoli varianti, però, tra città e città (Sparta riportava in patria solo i corpi dei re, Atene tutti i cittadini e ivi li tumulava). "Bella morte" come perfetto pendant della "bella vita" (Sparta) o come modo per eccellere e farsi ricordare (Atene e altrove). Comune, in ogni caso, il requisito della sepoltura e della integrità del corpo (orrore per le mutilazioni). In effetti la guerra tra Greci era condotta con regole fisse come nello sport (Huizinga parla di "guerre agonali") e lo scontro in battaglia non aveva strascichi (inseguimenti o altro), ma era accompagnato da un codice che concedeva a tutti - compresi i vinti - la sepoltura. "Bella morte" è il modo di scongiurare la vecchiezza, il declino del corpo - corpo che nel mondo pre-socratico era considerato piena espressione anche dei valori intimi: "Muore giovane colui che gli dei amano". E anche nel mondo romano, alla base del passaggio tra la monarchia e la repubblica, c'è una "bella morte": quella di Bruto, che Publicola celebra nella laudatio funebre ("Decorum est pro patria mori") a modello delle generazioni future. Ma in Roma l'onore della lode funebre toccherà anche a chi ha servito lo Stato senza andare in guerra. E il romano, seppur non immune dal timore della degradazione fisica, attribuisce tuttavia un valore diverso alla vecchiaia.
Diana Mancini, docente dello Studio Filosofico Domenicano, illustra invece la morte di un altro tipo di eroe, il filosofo. Socrate, filosofo-eroe per eccellenza, è appunto "eroe" in modo del tutto particolare: non bello, non ricco, non nobile, non ha compiuto grandi imprese. Ma la sua morte acquisterà un significato ideale, perché Socrate non reagisce alla condanna implorando la grazia o preparando una (possibile) fuga, ma esaltando la propria missione: esortare gli uomini a conoscere se stessi e a prendersi cura della propria anima. Qui l'"anima" non è più parvenza, fumo che fuoriesce dal corpo e vagola, bensì essenza dell'uomo, sede della razionalità e dell'operatività. L'eroismo, per Socrate, significa prima di tutto evitare il disonore di essere infedeli a se stessi: dunque non chiede pietà ma giustizia, e accetta la condanna per non smentire il proprio principio di obbedire alle leggi. La nuova concezione dell'"anima" porta dunque con sé una nuova concezione della "morte", che o è sonno senza sogni, riposo, oppure è un viaggio in un altro luogo, dove poter incontrare tutti i "grandi" del passato.
Zaccagnini ricorda al proposito che anche nella Lamentazione per la morte di Urnamu è presente il tema dell'incontro gioioso con gli antenati, ma prevale poi il rammarico di non poter più occuparsi delle cose terrene. Lo stesso rammarico di Achille nell'Ade, conviene Brizzi; che infatti specifica: "bella morte" è tale nell'occhio di chi è vivo, di chi rimane. L'eroe - come il replicante di Blade runner - finirà comunque chiedendo "vita, più vita".


