Piazza San Domenico 12
40124 Bologna
tel. 051 581718
I Martedì di San Domenico
Gandhi
Sessant'anni dopo
Lo storico Gianni Sofri ha studiato Gandhi per tutta la vita, con grande passione: chiamato a ricordarne la figura nel sessantesimo dell'assassinio (30 gennaio 1948), si avverte che la mole di dati e di prospettive interpretative che è in grado di offrire ai molti presenti è limitata solo dallo scorrere del tempo e dalla cortesia verso l'altro illustre relatore, il domenicano indiano Prakash Anthony Lohale, che è promotore generale di Iustitia et Pax presso la curia generalizia dei Frati predicatori a Roma e che proietta Gandhi sull'attuale, inquietante contesto politico-religioso internazionale. Ne esce un quadro straordinariamente vivo, tanto più a confronto del quasi unanime silenzio con cui la ricorrenza è scivolata via sui media italiani. Cercando di isolare alcune suggestioni, si può dire che le sollecitazioni di Sofri abbiano ruotato soprattutto intorno alla domanda: c'è un "universalismo" di Gandhi? Ovvero: era di "civiltà" indiana, europea o universale? La biografia di Gandhi ci offre una risposta articolata: la famiglia, induista visnuita, coltivava però rapporti con un monaco giainista, da dove proviene l'idea radicalmente non violenta; d'altra parte fu in un certo senso la sua formazione europea, che egli si procurò vincendo le regole della sua casta, a rivelargli la sua identità "indiana", anche per i contatti con alcuni ambienti allora particolarmente aperti agli apporti dell'Oriente. Quanto al suo legame con il cristianesimo, è indubbio il valore che egli attribuì alle Beatitudini, e la sua commossa ammirazione per il Crocifisso: ma è altrettanto indubbio che l'idea di una "conversione" non appartenesse in alcun modo al suo orizzonte, sia perché convinto che tutte le religioni siano rami dello stesso albero, sia perché la sua preoccupazione era principalmente politica: e in questo senso, per rimanere vicino all'India occorreva rimanere induista. Dal canto suo, la prospettiva di p. Lohale è stata di mettere in luce cosa può insegnare Gandhi alla Chiesa nel perseguimento della pace, in un tempo in cui si tende a interpretare le dinamiche internazionali "solo" in chiave di "scontro delle civiltà". Sebbene viviamo dopo il secolo più violento della storia umana, il secolo di Auschwitz e di Hiroshima, la nostra cultura rimane violenta e anzi dà un valore positivo alla violenza, ancor più dopo gli attentati dell'11 settembre 2001, che hanno riproposto il mito della violenza redentiva. Di fronte a ciò la vocazione della Chiesa di fronte al mondo è di essere verbo di non violenza, di opporsi a ogni forma di violenza e di farlo secondo il modello gandhiano: non semplice rifiuto dell'aggressione, ma via per il cambiamento della società, sapendo evocare negli avversari i migliori impulsi (si dice che Gandhi togliesse ai nemici non tanto la "forza" quanto il "cuore" di combatterlo...). E assumere tale vocazione significa considerare che la via asiatica per essere Chiesa è il dialogo: non come alternativa (relativistica secondo alcuni) alla predicazione, ma come il contenuto stesso della predicazione, a imitazione del Vangelo (la Samaritana, Nicodemo) e ancor più del modello della Trinità.
Guido Mocellin


