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Mercoledì all'Università
in occasione della Giornata della Memoria
Fare memoria del bene
I giusti nei genocidi del '900
Altri autori
Gabriele Nissim, Giovannella Tabet, Carla Tonini
Luogo dell'evento
Aula Barilla, Università di Bologna
Giovannella Tabet, Giudice di Pace e Consigliere della Comunità ebraica di Bologna, spiega brevemente come si è andato profilando nel dopoguerra il concetto di "giusto" e illustra il progetto mondiale per dare titolo di "giusto fra le Nazioni" ai non-ebrei che hanno rischiato la propria vita in favore degli ebrei (Yad Wa Shem, Museo della Shoah). Dal 1963 al 2004 sono stati riconosciuti 20.205 giusti.
Gabriele Nissim, scrittore, autore tra l'altro de Il tribunale del bene. La storia di Moshe Bejski, che creò il giardino dei giusti, dice che solo di recente si è cominciato a ricordare il bene compiuto insieme al male compiuto. Chi sono i "giusti"? Coloro che sono stati capaci di vedere il male, anche quando è diventato legge dello Stato (Arendt). I giusti lo hanno visto durante, non dopo, hanno agito indipendentemente dalla possibilità di cambiare il corso della Storia, limitandosi allo spazio in cui erano sovrani. Nei confronti del male estremo l'ultima barriera sono gli individui. Ricordare le storie dei giusti ha una triplice utilità: messa in discussione di una visione deterministica (c'è sempre la possibilità di scegliere), riacquisizione di fiducia nel mondo da parte dei sopravvissuti, individuazione di un punto di partenza per la riconciliazione (si evita di colpevolizzare un intero popolo). Il paradosso è che i giusti non hanno cambiato le sorti del mondo, ma sono diventati un riferimento morale. L'idea della memoria del bene fu di Moshe Bejski, uno tra i 1100 della lista di Schindler, che ha dedicato tutta la vita alla ricerca di queste persone. Il problema nasce quando si deve definire un preciso identikit: se per esempio una persona non ha rischiato la vita o ha agito soprattutto per interesse personale ma ha salvato qualcuno, è un giusto oppure no? bisogna per forza essere "eroi" per opporsi al male? Ultimamente prevale una visione antidogmatica, che tende a esaminare caso per caso, e anche a valutare chi - come lo scrittore tedesco che scrisse a Hitler denunciando l'assurdità delle leggi razziali - ha provato ad opporsi, a salvare, ma non ci è riuscito.
Carla Tonini, che insegna Storia dell'Europa orientale a Bologna, racconta il caso di Sophia Kossak che a Varsavia, nel 1942, fonda il "Consiglio per l'aiuto agli ebrei". In Polonia, caso unico in Europa, fin dal novembre 1940 gli ebrei erano stati chiusi nei ghetti, ma nel luglio 1942 cominciarono le deportazioni e allora la resistenza polacca s'impegnò per far fuggire il maggior numero possibile di persone (si calcola che furono salvati 10-12.000 ebrei). L'incarico fu affidato a una donna, cattolica e nazionalista, nota per il suo antisemitismo (nel 1936 aveva addirittura sostenuto pubblicamente la necessità di leggi discriminatorie nei confronti degli ebrei). Kossak non è l'unica figura contraddittoria tra i "giusti", ma si differenzia per la convinzione con cui sostenne il suo antisemitismo, che mai rinnegò e di cui mai si pentì. Toccata da vicende personali durante la rivoluzione bolscevica, con trasferimento dall'Ucraina alla Slesia, aveva maturato un'idea di equivalenza ebrei-comunisti e insieme un'ostilità contro i tedeschi aggressori (molto prima di Danzica). Fondò quindi il movimento "Fronte per la rinascita della Polonia", sul cui giornale continuò ad attaccare gli ebrei anche mentre si adoperava per salvarli. La Kossak sembra sincera in questa commistione di aiuto e disprezzo, addirittura invita i Polacchi a salvare gli ebrei per regolare con loro i conti più tardi (volantino del '42). La tradizione di ospitalità, di soccorso senza discriminazioni in cui era cresciuta spiega in parte il suo atteggiamento contraddittorio. Ma certo gli atti di umanità non devono impedire allo storico di interrogarsi sul contesto che produce una determinata aberrazione ideologica. E inoltre non va dimenticato che il soccorso si è sempre concretizzato ogni volta che si è formata una qualche rete, una serie di collegamenti, nei quali le donne sono state sempre prevalenti (il 90% dei soccorritori di ebrei furono donne).


