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  • Anno Sociale 2002 - 2003
Mar, 29/10/2002

I Martedì di San Domenico

Crimine e follia

Pregiudizi e disinformazione

 

Crimine e follia: un tema che porta il tutto esaurito alla Biblioteca Monumentale.
Claudio Santini, presidente dell'Ordine dei Giornalisti dell'Emilia Romagna, apre la serata e pone da subito l'accento sull'attualità: negli ultimi mesi, un'impressionante serie di fatti più o meno riconducibili alla "follia" ha investito l'opinione pubblica. Si è fatto uso ripetutamente di tale termine in mancanza di altri termini idonei. Perché? La televisione, con le sue esigenze di ritmo, tende a presentare i fatti sotto forma di sceneggiatura. I cronisti di "nera" si adeguano. Risultato: ben il 75% delle persone scoperte responsabili di crimini efferati sono considerate folli, e così la figura del "cattivo" viene automaticamente associata a quella del "matto".
Pina Lalli, Sociologa dell'Università di Bologna, apre con due interrogativi: cos'è che ci fa paura quando evochiamo la parola "follia"? cosa ci affiora alla mente nel momento in cui leggiamo con interesse gli articoli di cronaca nera? Un fatto sociale da sempre consolidato è il formarsi di uno "stigma" per chiunque manifesti atteggiamenti o comportamenti bizzarri. La cosa o la persona che irrompe nelle nostre relazioni è strana, indigesta, "folle". Ma lo stigma, negli ultimi trent'anni, aveva perso terreno nella nostra cultura, mentre ora corre il rischio di ritornare in primo piano. La responsabilità dei giornalisti, in questo senso, è enorme.
Vittorio Volterra, Ordinario di Psichiatria all'Università di Bologna, distingue tre fasi: informazione, disinformazione, deformazione. Difficile distinguere l'aspetto informativo da quello sensazionalistico. Le notizie sono date in modo conforme a pregiudizi correnti e appaiono descrizioni semplificate che riducono la complessità dei fenomeni. È più comodo individuare un colpevole e concentrare quindi l'attenzione dell'opinione pubblica su certi problemi che riguardano solo un ristretto gruppo di persone. Di certo però la funzione della cronaca nera di stigmatizzare il comportamento di soggetti violenti, non può trasformare l'eccezionale in tipico. Volterra definisce il folle un malato per cui deplorarlo come criminale significa conferirgli uno status passivo, senza possibilità di riscossa. Il secondo punto riguarda gli equivoci e i limiti della psichiatria forense. L'obiettivo della psichiatria clinica, è ben differente da quello della psichiatria forense la quale deve attenersi ad una valutazione normativa di un comportamento criminale. Scegliere di giudicare un soggetto, colpevole di grave reato, capace o incapace di intendere e di volere è compito della stessa psichiatria forense. È in questo facoltà di giudizio che risiede il suo limite. Attribuire ad un folle l'incapacità di intendere e di volere significa non considerarlo un malato e come tale quindi non destinatario di appropriate cure riabilitative. Il terzo ed ultimo punto si riferisce alla paura della diversità contro lo stigma e il pregiudizio. Ogni volta che si cerca di neutralizzare la diversità individuando il folle, non risolviamo il problema. Non basta ridurre la questione della diversità in un problema di ordine pubblico, occorre cercare di vedere e capire perché saltano fuori una serie di pregiudizi. Il pregiudizio specifico verso la malattia mentale cova a lungo, giace sotto comportamenti rispettosi, si forma nel profondo e a volte si fa avanti innocente. La paura del diverso ci fa distinguere i pregiudizi e quindi ci aiuta ad eliminarli.
Gino Zucchini riprende, in apertura del suo intervento, il rapporto tra cronaca nera e giornalisti. Questi ultimi usano un linguaggio sommario e frettoloso nel dispensare notizie. Altra caratteristica frequente è la spettacolarizzazione del fatto preso in esame. Tale spettacolarizzazione della realtà non è tanto più lontana da cose che sono avvenute in Italia e avvengono tutt'ora in altri paesi nel mondo. Zucchini si riferisce alla pena di morte in esecuzione della quale la vittima è individuata con il male e con la morte, mentre il carnefice considera se stesso perfetto e immortale. Essendo la spettacolarizzazione della realtà legata alla cosiddetta "diagnosi totalitaria", ne deriva che l'orrore della pena di morte sta nel fatto di essere totalizzante. Si fa coincidere colui che è stato individuato come colpevole con la totalità dell'essere umano. Zucchini ritorna poi al tema centrale della serata chiedendosi come mai intervenga così facilmente il pregiudizio che associa il criminale al malato di mente. La parentela tra questi ultimi due consiste nel fatto che lo psicotico può vivere in un mondo allucinato dentro il quale un sogno di violenza viene confuso con una realtà fattuale. Lo psicotico non conosce propriamente le ragioni, non è consapevole se non in una forma delirante. D'altra parte il criminale fa ciò che lo psicotico sogna ma lo stesso psicotico non distingue il sogno dalla realtà ed è per questo che c'è parentela tra le due figure. L'uomo è uno strano animale abitato da due angosce: la prima deriva dal senso di colpa mentre la seconda deriva dal senso di vergogna. Molti fatti tragici sono leggibili come più o meno tentativi di controllare l'angoscia. Infatti c'è un nesso tra angoscia e violenza. La violenza può apparire come un eccitante mezzo per liberarsi della propria angoscia proiettandola verso l'interlocutore così che l'angosciato si senta, per un istante, onnipotente e sovrano.

 

Partecipanti: 

Lalli Pina
Santini Claudio
Volterra Vittorio
Zucchini Gino

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