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- I Martedì di San Domenico
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Beni comuni: un percorso inevitabile
Sono tempi burrascosi: la maggiore crisi economica degli ultimi ottanta anni si sta aggravando. Il quadro sociale e politico si sta deteriorando. Servizi tradizionalmente garantiti dallo Stato vengono progressivamente abbandonati. Un senso di generale perdita della speranza avanza. Una domanda si fa impellente: che fare? Dove si può trovare un senso, una direzione di marcia, per il nostro vivere associato? Come si può rompere l’isolamento e la paura nelle quali tanti si sentono sprofondare? Con quali proposte concrete possiamo, tutti insieme, ricostruire una nostra ritrovata socialità?
Quando nella seconda metà dell’Ottocento le condizioni di vita si erano fatte difficili, quando non c’era uno Stato a cui rivolgersi per protezione, nacquero le società di mutuo soccorso e da esse le cooperative. La solidarietà mutualistica era il rifugio naturale in cui cercare salvezza. Questa tradizione si è sviluppata fino a coprire, nei Paesi scandinavi, la metà dell’intera economia. Nelle sue forme più moderne può essere lo strumento per delineare un nuovo rapporto fra lo Stato e le comunità, fra le persone, non più isolate, ed i mercati.
Sanità, istruzione, assistenza, servizi pubblici locali forniscono contributi determinanti alla nostra esistenza e siamo abituati a pensare che debba provvedervi lo Stato, ma oggi l’accesso a questi beni comuni è messo in forse dalla ineluttabile ritirata dello Stato stesso sotto i colpi della crisi dei debiti sovrani. Dunque una rinnovata stagione di privatizzazioni è alle porte; può essere una storia di luci ed ombre oppure una grande novità. A Zuccotti Park qualcuno aveva scritto: “Siamo il 99%, privatizzate a noi, non a loro”. E’ giunto il momento di prendere alla lettera questa indicazione.
Già l’art.43 della Costituzione recita: “A fini di utilità generale la legge può .. trasferire .. a comunità di lavoratori o di utenti determinate imprese .. che si riferiscano a servizi pubblici essenziali .. ed abbiano carattere di preminente interesse generale”. Più avanti, nell’art.45 leggiamo: “La Repubblica riconosce la funzione sociale della cooperazione a carattere di mutualità e senza fini di speculazione privata. La legge ne promuove e favorisce l’incremento con i mezzi più idonei e ne assicura, con gli opportuni controlli, il carattere e le finalità”.
Costituire comunità di utenti in forma di cooperativa e trasferir loro la responsabilità di gestire questi servizi fondamentali secondo i principi che furono delle società di mutuo soccorso, aprirle fino ad includere tutti coloro che di tali servizi vogliano fruire, farle gareggiare con spirito competitivo ed efficienza al fine di tutelare l’interesse di tutti: queste sono azioni che riallacciano i legami di comunità. Il welfare è il patto fondativo si cui sono state natenel dopoguerra le nostre democrazie, a nessun costo possiamo rinunciarvi. Se lo Stato non è più in grado di provvedervi da solo ricorriamo nuovamente alla Costituzione per impegnarci direttamente al suo fianco. All’art.118 è scritto: “Stato, Regioni, Città metropolitane, Provincie e Comuni favoriscono l’autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale. Sulla base del principio di sussidiarietà”. Occorre dunque che lo Stato non rinunci al suo ruolo bensì lo svolga secondo la lettera della Costituzione, mettendosi dalla parte dei cittadini che si fanno protagonisti dello spirito di prossimità e reciprocità, indispensabile in questi tempi bui. Nella partecipazione di tutti alla gestione dei beni che ci sono comuni sta la forza di una nostra rinascita collettiva.


