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I Martedì di San Domenico
1861-2011 L'unità nazionale e l'ipotesi federale
Si riconnette idealmente al “Martedì” inaugurale dell’autunno scorso, “Stato e Chiesa. 150 anni dell’unità d’ Italia”, quello che segna stasera la conclusione dell’anno sociale 2010-2011, tornando a mettere a fuoco il Centocinquantenario, ma nella prospettiva storico-politica della forma dello stato. Dopo che Marco Guidi ha introdotto il tema con la consueta, brillante efficacia, ha preso la parola il prof. Ernesto Galli della Loggia, storico contemporaneo, mostrando la radicale differenza tra gli istituti che attualmente, in Italia, sarebbero espressione di federalismo, e quell’alternativa al centralismo “piemontese” che in epoca risorgimentale fu incarnata da Cattaneo e che non ebbe mai, in realtà, alcuna probabilità di realizzarsi. Sul funzionamento di tali istituti, che andrebbero definiti in termini di “decentramento” o “regionalizzazione” piuttosto che di federalismo (che del resto la Costituzione non prevede), Galli della Loggia si è espresso in termini negativi: le regioni, a suo parere, non si sono sostituite allo stato ma per lo più vi si sono aggiunte, e laddove si sono sostituite (come nella gestione della sanità pubblica) i risultati non sono apprezzabili. Come spiegare allora la recente fortuna, in Italia, del “mito federalista”? Probabilmente perché tali ipotesi risponde, in termini di consenso, ai nuovi etnicismi e localismi sorti un po’ in tutta Europa quando gli stati hanno dovuto ridurre l’erogazione di determinate risorse, e che in Italia hanno configurato una “questione settentrionale” per contraccolpo della mancata soluzione, malgrado l’enorme quantità di risorse che vi erano state impegnate, della “questione meridionale”.
L’altro relatore della serata, il prof. Paolo Pombeni, storico dei sistemi politici, ha ipotizzato che siano stati il venir meno di altre forme di partecipazione all’idea nazionale, come i partiti – i quali avrebbero propriamente il compito di organizzare l’inserimento dei cittadini nello stato −, ma anche la scuola e l’esercito, a far pensare alla “forma territoriale”, cui si è dato impropriamente il nome di “federalismo”. Ma la tradizione italiana conosceva i municipi, le città e il loro contado, e non le regioni. Ed è a partire da quattro regioni aventi realmente una loro identità territoriale e/o linguistica (la Sicilia, la Sardegna, la Valle d’Aosta e l’Alto Adige), e che ottengono uno “statuto speciale”, che nella Costituzione si pone il problema delle “altre” regioni. Le quali si candidano a rappresentare una mediazione (territoriale, appunto) tra i cittadini e lo stato allorché, insieme alla preoccupazione di difendersi da un comune nemico, viene meno la fiducia nella capacità dello stato di essere un buon programmatore dello sviluppo economico e un equo distributore delle risorse e nella capacità dei partiti di esercitare il loro ruolo proprio di mediazione.
Ecco dunque che sia Galli della Loggia, sia Pombeni hanno concordato, come punto prospettico dei loro interventi, sul fatto che la risposta di fondo alla domanda di “federalismo” che il paese pare avanzare consista, neanche troppo paradossalmente, a ben vedere nel ritrovare – o forse trovare per la prima volta su basi solide – un’identità nazionale: riconoscere il valore dello stato italiano e il bene che dall’unità nazionale è venuto per gli italiani, sentire l’orgoglio di quello che è stato fatto e trarne slancio per ciò che si può ancora fare.


